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10 domande sul matrimonio

Tag: Figli, Matrimonio, Famiglia, Amore, Fidanzamento
San Josemaría risponde ai giornalisti dieci domande sull'amore, sul matrimonio, sul fidanzamento, sulla fedeltà coniugale, sull'educazione,… e sulle basi su cui costruire l’unità familiare e a cosa succede quando non si hanno figli...


1- Ci potrebbe dire quali sono i valori più importanti del matrimonio cristiano?
2- Padre, che consiglia ai giovani sposi che cercano la santità?
3- Oggi c’è chi sostiene la teoria che l’amore giustificha tutto, e conclude che il fidanzamento è una specie di “matrimonio di prova”. Pensano che sia una cosa non autentica e retrograda non seguire le cosiddette “esigenze dell’amore”. Che cosa pensa di questo atteggiamento?
4- Che consigli darebbe affinché, con il passare degli anni, la vita matrimoniale continui a essere felice senza cadere nella monotonia? Forse la cosa può sembrare poco importante, ma a noi pervengono molte lettere riguardanti questo argomento.
5- Non sono rari i litigi tra marito e moglie, che talvolta arrivano sul serio a compromettere la pace familiare. Che cosa consiglierebbe agli sposi?
6- Molti coniugi si sentono disorientati in rapporto al numero dei figli. Che cosa consiglierebbe lei a questi sposi?
7- Ci sono donne che non osano comunicare ai parenti e agli amici l'arrivo di un altro bambino. Temono le critiche di quelli che pensano che la famiglia numerosa è sorpassata. Che cosa ci può dire al riguardo?
8- L'infecondità matrimoniale, per la frustrazione che può provocare, talvolta è fonte di discordia e di incomprensione. A suo giudizio, qual è il senso che devono dare alla loro unione gli sposi cristiani che non hanno prole?
9- Ci sono coniugi che - in situazioni degradanti ed insostenibili – si sono separati. Sono casi in cui è difficile accettare l'indissolubilità del vincolo coniugale, e si lamentano che si neghi loro la possibilità di costruirsi un nuovo focolare. Qual è la sua risposta in casi del genere?
10- Lei ha accennato al grande valore dell'unità famigliare, ma come mai l'Opus Dei non organizza attività di formazione spirituale in cui partecipino insieme marito e moglie?


Domande e risposte
1) Ci potrebbe dire quali sono i valori più importanti del matrimonio cristiano?

È materia che conosco bene, per mia diretta esperienza sacerdotale di molti anni e in molti Paesi. La maggioranza dei membri dell’Opus Dei vive nello stato matrimoniale e, per loro, l’amore umano e i doveri coniugali sono parte della vocazione divina. L’Opus Dei ha fatto del matrimonio un cammino divino, una vocazione e ciò comporta molte conseguenze riguardanti la santificazione personale e l’apostolato. Da quasi quarant’anni predico il significato vocazionale del matrimonio. Quante volte ho visto illuminarsi il volto di tante persone, che credendo incompatibili nella loro vita la dedizione a Dio e un amore umano nobile e puro, mi sentivano dire che il matrimonio è un cammino divino sulla terra!

Il matrimonio è fatto perché chi lo contrae possa santificarsi, e santificare gli altri per mezzo di esso: perciò i coniugi hanno una grazia speciale, conferita loro dal sacramento istitutito da Gesù. Chi è chiamato allo stato matrimoniale, trova proprio in questo stato, con la grazia di Dio, tutti i mezzi per essere santo, per identificarsi ogni giorno di più con Gesù, e per condurre verso il Signore le persone con cui vive.

È per questo che penso sempre con speranza e affetto ai focolari cristiani, e alle famiglie nate dal sacramento del matrimonio, che sono testimonianze luminose del grande mistero divino – sacramentum magnum! (Ef 5,3 2), sacramento grande – dell’unione e dell’amore tra Cristo e la sua Chiesa. Dobbiamo adoperarci perché queste cellule cristiane della società nascano e crescano con desiderio di santità, coscienti che il sacramento iniziale – il Battesimo – conferisce già a tutti i cristiani una missione divina, che ognuno deve portare a compimento durante la propria vita.

Gli sposi cristiani devono avere la consapevolezza di essere chiamati a santificarsi santificando, ad essere apostoli e che il loro primo apostolato si deve realizzare nella loro casa. Devono capire l’opera soprannaturale che è insita nella creazione di una famiglia, nell’educazione dei figli e nell’irradiazione cristiana nella società. Dalla consapevolezza della propria missione dipende gran parte dell’efficacia e del successo della loro vita, cioè la loro felicità.

Non devono però dimenticare che il segreto della felicità coniugale è racchiuso nelle piccole realtà quotidiane, e non nelle fantasticherie; si trova nello scoprire la gioia intima del ritorno a casa; nell’incontro affettuoso con i figli; nel lavoro di ogni giorno in casa a cui collaborano tutti i componenti della famiglia; nel buon umore davanti alle difficoltà che vanno affrontate con spirito sportivo; e anche nel saper approfittare di tutti i progressi offertici dalla civiltà, per rendere la casa accogliente, la vita più semplice e la formazione più efficace.

Non mi stanco mai di ripetere a quanti sono stati chiamati a formare una famiglia, di amarsi sempre, di amarsi con l’amore appassionato di quand’erano fidanzati. Ha un povero concetto del matrimonio – che è un sacramento, un ideale e una vocazione – chi pensa che l’amore finisca quando cominciano le pene e i contrattempi che la vita porta sempre con sé. È proprio allora che il legame d’affetto si rafforza. La piena delle tribolazioni e delle contrarietà non è capace di spegnere il vero amore: il sacrificio generosamente condiviso rafforza l’unione. Come dice la Bibbia, aquae multae – le molte difficoltà fisiche e morali – non potuerunt extinguere caritatem (Cant 8,7), non hanno potuto spegnere l’amore.
Colloqui con Mons. Escrivá, 91

2) Padre, che consiglia ai giovani sposi che cercano la santità?

Prima di tutto che vi amiate molto, secondo la legge di Dio. E poi, di non aver paura della vita, e d’amare tutti i difetti di entrambi purché non rechino offesa a Dio; inoltre tu non devi trascurarti perché non va bene. Ti avranno già detto, e tu lo sai molto bene, che appartieni a tuo marito e lui a te. Non lasciartelo rubare! È un’anima che deve venire in Cielo con te e, con te deve trasmettere tutte quelle qualità cilene – ossia cristiane -, insieme alla grazia umana, ai figli che il Signore vi manda. Pregate insieme, non molto, ma un po’ sì, tutti i giorni. Quando lo trascuri tu, che lui te lo ricordi e così quando ti trascura lui, glielo devi ricordare tu. Non rinfacciargli mai nulla per non mortificarlo con le piccolezze.
Chile, luglio 1974, nella Scuola Tabancura.

3) Oggi c’è chi sostiene la teoria che l’amore giustificha tutto, e conclude che il fidanzamento è una specie di “matrimonio di prova”. Pensano che sia una cosa non autentica e retrograda non seguire le cosiddette “esigenze dell’amore”. Che cosa pensa di questo atteggiamento?

Il fidanzamento dev’essere un’occasione per approfondire l’affetto e la conoscenza reciproca, e, come ogni scuola d’amore, dev’essere ispirato non dall’ansia di possesso, ma dallo spirito di dedizione, di comprensione, di rispetto e di delicatezza. Proprio per questo ho voluto regalare all’Università di Navarra, poco più di un anno fa, una statua della Madonna, Madre del Bell’Amore, affinchè i ragazzi e le ragazze che studiano in quell’Università imparassero da lei la nobiltà dell’amore, anche dell’amore umano!

Matrimonio di prova? Come conosce poco l’amore chi parla così! L’amore è una realtà ben più sicura, più vera, più umana. Non lo si può trattare come un prodotto commerciale, di cui si fa la prova e poi si tiene o si getta, a seconda del capriccio, della comodità o dell’interesse.

Questa mancanza di criterio è così deplorevole che non c’è nemmeno bisogno di condannare chi pensa o agisce in questo modo, perché si condanna da sé all’infecondità, alla tristezza, all’isolamento desolante nel giro di pochi anni. Non posso che pregare molto per costoro, amarli con tutta l’anima e cercare di far loro capire che hanno sempre aperta la strada del ritorno a Gesù; se ci mettono impegno, potranno essere santi, cristiani coerenti, perché non mancherà loro né il perdono né la grazia del Signore. Solo allora capiranno veramente che cos’è l’amore: l’Amore divino e la nobiltà dell’amore umano. E proveranno che cos’è la pace, la gioia, la fecondità!
Colloqui con Mons. Escrivá, 105

4) Che consigli darebbe affinché, con il passare degli anni, la vita matrimoniale continui a essere felice senza cadere nella monotonia? Forse la cosa può sembrare poco importante, ma a noi pervengono molte lettere riguardanti questo argomento.

A me sembra senz'altro una questione importante; ritengo quindi importanti anche le possibili soluzioni, benché possano avere un'apparenza modesta.

Perché il matrimonio conservi sempre lo slancio e la freschezza iniziali, la moglie deve cercare di conquistare il marito ogni giorno; e lo stesso si dovrebbe dire del marito rispetto alla moglie. L'amore va recuperato ogni giorno; e l'amore si conquista con il sacrificio, con il sorriso e anche con un po' di furbizia. Se il marito torna a casa dal lavoro stanco e la moglie si mette a parlare senza misura, raccontando tutto quello che secondo lei va male, può sorprendere che il marito finisca per perdere la pazienza? Gli argomenti meno gradevoli si possono lasciare per un momento più opportuno, quando lui sia più disteso e meglio disposto.

Un altro particolare: la cura della propria persona. Se un altro sacerdote vi dicesse il contrario, penso che sarebbe un cattivo consigliere. Una persona che deve vivere nel mondo, quanti più anni ha, tanto più è necessario che si sforzi di migliorare non solo la vita interiore, ma - appunto per questo - anche l'impegno per "essere presentabile", d'accordo, naturalmente, con l'età e le circostanze. Spesso, scherzando, dico che le vecchie facciate sono quelle che hanno più bisogno di un buon restauro. È un consiglio di sacerdote. C'è un vecchio proverbio che dice: «Quando la moglie non si trascura, il marito non cerca l'avventura».

Proprio per questo oserei dire che l'ottanta per cento della colpa delle infedeltà dei mariti è delle mogli, che non sanno conquistarli ogni giorno, non sanno essere premurose, affettuose, delicate. L'attenzione della donna sposata deve concentrarsi sul marito e sui figli. E quella del marito deve concentrarsi sulla moglie e sui figli. Ciò richiede tempo e impegno, per sapere quello che va fatto e farlo bene. Tutto ciò che rende impossibile il compimento di questo dovere, non è cosa buona e non va bene.

Non ci sono scuse per non compiere questo amabile dovere. Non è certo una scusa il lavoro extradomestico, e neppure le pratiche religiose che, se non sono compatibili con i doveri di tutti i giorni, non sono buone, e Dio non le accetta. La donna sposata si deve occupare prima di tutto della casa. C'è un canto popolare della mia terra che dice: La mujer que, por la iglesia, / deja el puchero quemar / tiene la mitad de angel / de diablo la otra mitad (La donna che, per stare in chiesa, / lascia bruciare il pranzo, / è per metà angelo, / e per l'altra metà diavolo). Io direi che è diavolo del tutto.
Colloqui con Mons. Escrivá, 103

5) Non sono rari i litigi tra marito e moglie, che talvolta arrivano sul serio a compromettere la pace familiare. Che cosa consiglierebbe agli sposi?
Di volersi bene. E di rendersi conto che durante la vita ci saranno screzi e difficoltà, che però, se risolte con naturalezza, contribuiranno a render ancor più profondo l'affetto.

Ciascuno di noi ha il suo temperamento, i suoi gusti personali, il suo carattere - un caratteraccio, a volte -, i suoi difetti. Ognuno ha anche i lati piacevoli della sua personalità, e per questo - e per molte altre ragioni - gli si può voler bene. La convivenza è possibile quando tutti si sforzano di correggere i propri difetti e cercano di passar sopra alle manchevolezze degli altri; quando cioè vi è amore, che supera e annulla tutto quanto potrebbe falsamente sembrare motivo di separazione e di divergenza. Se invece si drammatizzano i piccoli contrasti e ci si comincia a rinfacciare mutuamente i difetti e gli sbagli, la pace finisce e si corre il pericolo di far morire l'affetto.

Gli sposi hanno grazia di stato - la grazia del sacramento - per praticare tutte le virtù umane e cristiane della convivenza: la comprensione, il buon umore, la pazienza, il perdono, la delicatezza nel rapporto reciproco. L'importante è non lasciarsi andare, non lasciarsi dominare dal nervosismo, dall'orgoglio o dalle manie personali. Per riuscirci, marito e moglie devono sviluppare la propria vita interiore e apprendere dalla Sacra Famiglia a vivere con finezza - per un motivo che è allo stesso tempo umano e soprannaturale - le virtù del focolare cristiano. Lo ripeto ancora: la grazia di Dio ce l'hanno.

Quando uno dice che non può sopportare questo o quello e che gli è impossibile tacere, sta esagerando per giustificare se stesso. Bisogna chiedere a Dio la forza di dominare il proprio umore, la grazia per conservare il dominio di sé. Perché i pericoli di un'arrabbiatura sono proprio questi: si perde il controllo, le parole si riempiono di amarezza, arrivano a offendere e, forse involontariamente, a ferire, a far male.

Occorre imparare a tacere, ad attendere, a dire le cose in modo positivo, con ottimismo. Quando è lui a perdere la calma, è il momento in cui lei deve essere particolarmente paziente, finché la serenità torna di nuovo; e viceversa. Quando l'affetto è sincero e ci si sforza di farlo crescere è ben difficile che tutti e due si lascino dominare dal malumore nello stesso momento...

Un'altra cosa molto importante: abituarsi a pensare che non abbiamo mai tutta la ragione. Si può addirittura dire che, in questioni di solito tanto discutibili quanto più siamo sicuri di avere tutta la ragione, tanto più è certo che abbiamo torto. Se si ragiona in questo modo, riesce semplice alla fine rettificare e, se occorre, chiedere scusa, che è il modo migliore di far passare un'arrabbiatura; e così si assicurano la pace e l'affetto. Non voglio incoraggiare a bisticciare; ma è comprensibile che bisticciamo qualche volta con quelli che amiamo di più, perché sono quelli che vivono abitualmente assieme a noi. Non si bisticcia di certo con lo zio d'America! Pertanto, queste piccole tempeste fra gli sposi, se non sono frequenti - e bisogna fare in modo che non lo siano -, non sono indice di poco amore, anzi, possono contribuire ad aumentarlo.

Infine un ultimo consiglio: non litigare mai davanti ai figli. Per evitarlo, basterà che marito e moglie si intendano con una parola, con uno sguardo, con un gesto. Litigheranno dopo, con più serenità, se proprio non sono capaci di farne a meno. La pace coniugale dev'essere l'ambiente della famiglia, perché è la condizione indispensabile per un'educazione profonda ed efficace. I piccoli devono vedere nei genitori un esempio di dedizione, di amore sincero, di mutuo aiuto, di comprensione; le piccole difficoltà di ogni giorno non devono nascondere la realtà di un affetto capace di superare tutto.

A volte ci prendiamo troppo sul serio. Tutti ci arrabbiamo di quando in quando, a volte perché è necessario, altre volte perché ci manca spirito di mortificazione. L'importante è dimostrare che queste arrabbiature non incrinano l'affetto, sapendo ristabilire l'intimità familiare con un sorriso. Insomma, marito e moglie devono vivere amandosi l'un l'altra e amando i propri figli, perché è così che amano Dio.
Colloqui con Mons. Escrivá, 107


6) Molti coniugi si sentono disorientati in rapporto al numero dei figli. Che cosa consiglierebbe lei a questi sposi?

Gli sposi, quando ricevono consigli e raccomandazioni in materia, non dimentichino che l'importante è di conoscere quello che vuole Dio. Quando vi è sincerità - rettitudine - e un minimo di formazione cristiana, la coscienza sa scoprire la volontà di Dio, qui come in tutte le altre cose. Può infatti succedere che si stia cercando un consiglio che favorisca il proprio egoismo, che metta a tacere, con la forza di una presunta autorità, la voce della propria anima; e addirittura che si vada passando da un consigliere all'altro fino a trovare il più “benevolo". Questo, fra l'altro è un atteggiamento farisaico indegno di un figlio di Dio.

Il consiglio di un altro cristiano e in particolare nei problemi di morale o di fede, il consiglio del sacerdote, sono un valido aiuto per riconoscere quello che Dio ci chiede in una determinata circostanza; ma il consiglio non elimina la responsabilità personale: siamo noi, singolarmente, a dover decidere, e dovremo rendere personalmente conto a Dio delle nostre decisioni.

Al di sopra dei consigli privati c'è la legge di Dio, contenuta nella Sacra Scrittura, e che il Magistero della Chiesa custodisce e propone con l'assistenza dello Spirito Santo. Quando i consigli di una persona contraddicono la Parola di Dio, quale viene insegnata nel Magistero, bisogna scostarsi con decisione da quei pareri erronei. Dio aiuterà con la sua grazia colui che agisce con una simile rettitudine, ispirandogli quello che deve fare e, qualora ne abbia bisogno, facendogli trovare un sacerdote capace di condurre la sua anima attraverso sentieri retti e puliti, anche se spesso difficili.

Non bisogna impostare la direzione spirituale dedicandosi a fabbricare delle creature prive del proprio giudizio e che si limitano a eseguire materialmente ciò che un altro dice loro; la direzione spirituale invece deve tendere a formare persone di criterio. E il criterio implica maturità, fermezza nelle proprie convinzioni, sufficiente conoscenza della dottrina, delicatezza di spirito, educazione della volontà.

È importante che gli sposi acquistino un chiaro senso della dignità della loro vocazione; che sappiano di esser stati chiamati da Dio a raggiungere l'amore divino attraverso l'amore umano; che sono stati scelti, fin dall'eternità, per cooperare con il potere creatore di Dio nella procreazione e poi nell'educazione dei figli; che il Signore chiede che facciano della loro casa e della loro vita di famiglia una testimonianza di tutte le virtù cristiane.

Il matrimonio - non mi stancherò mai di ripeterlo - è un cammino divino, grande e meraviglioso; e come tutto ciò che abbiamo di divino in noi, ha manifestazioni concrete di corrispondenza alla grazia, di generosità, di donazione, di servizio. L'egoismo in ciascuna delle sue forme, si oppone all'amore di Dio che deve dominare nella nostra vita. Questo è un punto fondamentale, che dev'essere tenuto ben presente a proposito del matrimonio e del numero dei figli.
Colloqui con Mons. Escrivá, 108


7) ¿ Ci sono donne che non osano comunicare ai parenti e agli amici l'arrivo di un altro bambino. Temono le critiche di quelli che pensano che la famiglia numerosa è sorpassata. Che cosa ci può dire al riguardo?

Io benedico quei genitori che, ricevendo con gioia la missione che Dio ha loro affidata, hanno molti figli. E invito gli sposi a non inaridire le sorgenti della vita, ad aver senso soprannaturale e coraggio per far crescere una famiglia numerosa, se Dio la concede.

Quando esalto la famiglia numerosa, non mi riferisco a quella che è conseguenza di mere relazioni fisiologiche; mi riferisco alla famiglia che nasce dall'esercizio delle virtù cristiane, che ha un senso elevato della dignità della persona e sa che dare figli a Dio non vuol dire soltanto metterli al mondo, ma richiede anche tutto un lungo lavoro di educazione: dar loro la vita è la prima cosa, ma non è tutto.

Ci possono essere dei casi concreti in cui è volontà di Dio - manifestata attraverso mezzi ordinari - che una famiglia sia piccola. Ma sono criminali, anticristiane e infraumane tutte le teorie che fanno della limitazione delle nascite un ideale o un dovere universale o semplicemente generale. Non è altro che contraffare e pervertire la dottrina cristiana far leva su di un preteso spirito post-conciliare per attaccare la famiglia numerosa. Il Concilio Vaticano II ha proclamato che "tra i coniugi che soddisfano alla missione loro affidata da Dio, sono da ricordare in modo particolare quelli che, con decisione prudente e di comune accordo, accettano con grande animo anche un più gran numero di figli da educare convenientemente" (Cost. past. Gaudium et spes, n. 50). Paolo VI, poi, in un'allocuzione del 12 febbraio 1966, commentava: «Che il Concilio Vaticano II appena concluso diffonda tra gli sposi cristiani questo spirito di generosità per dilatare il nuovo Popolo di Dio... Ricordiamo sempre che la dilatazione del Regno di Dio e la possibilità di penetrazione della Chiesa nell'umanità, per la sua salvezza eterna e terrena, è affidata anche alla loro generosità».

In sé, il numero dei figli non è decisivo: averne molti o pochi non basta perché una famiglia sia più o meno cristiana. Ciò che conta è la rettitudine con cui si vive la vita matrimoniale. Il vero amore reciproco trascende la comunione di vita tra marito e moglie, e si estende ai suoi frutti naturali, i figli. Invece l'egoismo finisce per degradare questo amore al livello della semplice soddisfazione dell'istinto, e distrugge il rapporto che unisce genitori e figli. È difficile sentirsi buon figlio - vero figlio - dei propri genitori quando si possa pensare di essere venuto al mondo contro la loro volontà, cioè di essere nato non da un amore degno di questo nome, ma da un imprevisto o da un errore di calcolo.

Dicevo che in sé il numero dei figli non è determinante. Tuttavia vedo con chiarezza che gli attacchi alle famiglie numerose provengono dalla mancanza di fede: sono il prodotto di un ambiente sociale incapace di comprendere la generosità, e che pretende di nascondere il proprio egoismo e certe pratiche inconfessabili con motivazioni apparentemente altruiste. E così, paradossalmente, i Paesi dove si fa più propaganda del controllo delle nascite, e dai quali tale pratica viene imposta ad altri Paesi, sono proprio quelli che hanno raggiunto un più alto tenore di vita. Si potrebbero forse considerare seriamente i loro argomenti di natura economica e sociale, qualora tali argomenti li muovessero a rinunziare a una parte dei beni opulenti di cui godono, a favore dei bisognosi. Ma finché questo non avviene, è difficile non pensare che in realtà i veri moventi di tali argomentazioni sono l'edonismo e l'ambizione di dominio politico, il neocolonialismo demografico.

Non ignoro i grandi problemi che tormentano l'umanità, né le concrete difficoltà in cui può imbattersi una determinata famiglia; vi penso anzi con frequenza, e mi si riempie di pietà quel cuore di padre che come cristiano e come sacerdote sono obbligato ad avere. Ma non è lecito cercare la soluzione per simili vie.
Colloqui con Mons. Escrivá, 93


8) L'infecondità matrimoniale, per la frustrazione che può provocare, talvolta è fonte di discordia e di incomprensione. A suo giudizio, qual è il senso che devono dare alla loro unione gli sposi cristiani che non hanno prole?

In primo luogo direi loro che non devono darsi per vinti con troppa facilità: per prima cosa, bisogna che implorino Dio di concedere loro discendenza, di benedirli - se questa è la sua volontà - come benedisse i Patriarchi del Vecchio Testamento; e poi è bene ricorrere a un buon medico, sia lei che lui. Se, nonostante tutto, il Signore non dà loro dei figli, non devono vedere in questo alcuna frustrazione: devono essere contenti di scoprire in questo stesso fatto la volontà di Dio nei loro confronti. Molte volte il Signore non dà figli perché "chiede di più". Chiede che lo stesso sforzo e la stessa delicata dedizione vengano posti al servizio del nostro prossimo, senza la legittima soddisfazione umana d'aver avuto figli: non c'è quindi motivo per sentirsi falliti e tristi.

Se i coniugi hanno vita interiore, comprenderanno che Dio li spinge a fare della loro vita un generoso servizio cristiano, un apostolato che è diverso da quello che realizzerebbero coi loro figli, ma altrettanto meraviglioso.

Si guardino intorno: scopriranno immediatamente persone che hanno bisogno di aiuto, di carità e di affetto. E poi ci sono mille iniziative apostoliche in cui possono lavorare. Se sono capaci di dedicarsi con tutto il cuore a questo compito, donandosi agli altri con generosità e dimenticando sé stessi, avranno una splendida fecondità, una paternità spirituale che colmerà la loro anima di autentica pace.

Le soluzioni concrete saranno diverse in ogni singolo caso, ma in fondo tutte si riducono a occuparsi degli altri con desiderio di servizio, con amore. Dio premia sempre con una gioia profonda la generosa umiltà di chi sa non pensare a sé stesso.
Colloqui con Mons. Escrivá, 94


9) Ci sono coniugi che - in situazioni degradanti ed insostenibili – si sono separati. Sono casi in cui è difficile accettare l'indissolubilità del vincolo coniugale, e si lamentano che si neghi loro la possibilità di costruirsi un nuovo focolare. Qual è la sua risposta in casi del genere?

Direi loro, con piena comprensione della loro sofferenza, che anche in questa situazione essi possono vedere la volontà di Dio, che non è mai crudele, perché Dio è un Padre amoroso. Può darsi che per un certo tempo la situazione sia particolarmente dura, ma, se ricorrono al Signore e alla sua Madre benedetta, non mancherà l'aiuto della grazia.

L'indissolubilità del matrimonio non è un capriccio della Chiesa, e neppure una semplice legge ecclesiastica positiva: è un precetto della legge naturale e del diritto divino, e risponde perfettamente alla nostra natura e all'ordine soprannaturale della grazia. Per questo, nella stragrande maggioranza dei casi, l'indissolubilità è condizione indispensabile per la felicità dei coniugi e per la sicurezza anche spirituale dei figli. In ogni caso - pure quando si diano le circostanze dolorose di cui parliamo -, la docile accettazione della Volontà di Dio porta con sé una soddisfazione profonda, insostituibile. Non si tratta di una specie di ripiego, di una ricerca di consolazione: è la stessa essenza della vita cristiana.

Se le donne hanno dei figli a loro carico, devono vedere in questo fatto una continua richiesta di amorosa e materna dedizione, più che mai necessaria per sopperire in queste creature alle deficienze di un focolare diviso. Devono anche capire, con generosità, che quella stessa indissolubilità che per loro comporta un sacrificio, è per la maggior parte delle famiglie la salvaguardia della loro integrità, un qualcosa che nobilita l'amore degli sposi e impedisce che i figli si trovino nell'abbandono.

Lo stupore di fronte all'apparente durezza del precetto cristiano dell'indissolubilità non è una novità: gli stessi Apostoli si meravigliarono quando Gesù ne diede loro conferma. Può apparire un peso, un giogo; ma proprio Cristo ha detto che il suo giogo è soave e il suo peso è leggero.

D'altronde, pur riconoscendo l'inevitabile durezza di parecchie situazioni - che in non pochi casi si sarebbero potute e dovute evitare -, non bisogna drammatizzare eccessivamente. La vita di una donna in queste condizioni è veramente più dura di quella di una donna maltrattata, o di quella di chi deve sopportare qualcuna delle grandi sofferenze fisiche o morali che la vita comporta?

Ciò che veramente rende infelice una persona - o un'intera società - è l'affannosa ricerca del benessere, la pretesa di eliminare a ogni costo qualsiasi contrarietà. La vita presenta mille aspetti diversi, situazioni svariatissime, alcune difficili, altre facili forse solo in apparenza. Ciascuna di esse porta con sé un seme di grazia, una chiamata di Dio unica: sono occasioni irripetibili di operare e di offrire la testimonianza divina della carità. A chi sente il peso di una situazione difficile, io consiglierei anche di provare a dimenticare un po' i suoi problemi e preoccuparsi di quelli degli altri: così facendo avrà più pace e, soprattutto, si santificherà.
Colloqui con Mons. Escrivá, 96

10) Lei ha accennato al grande valore dell'unità famigliare, ma come mai l'Opus Dei non organizza attività di formazione spirituale in cui partecipino insieme marito e moglie?

In questa come in tante altre cose, noi cristiani abbiamo la possibilità di scegliere fra soluzioni diverse, secondo le preferenze e i criteri di ciascuno; nessuno può pretendere di imporci un metodo unico. Bisogna rifuggire, come dalla peste, da certi modi di impostare la pastorale e in generale l'apostolato, che sembrano una nuova edizione, riveduta e accresciuta, del partito unico nella vita religiosa.

So dell'esistenza di gruppi cattolici che organizzano ritiri spirituali e altre attività di formazione per coppie di sposi. Benissimo: usando della loro libertà, facciano quello che ritengono più opportuno; e vadano pure a queste riunioni quanti trovano in esse un mezzo che li aiuta a vivere meglio la loro vocazione cristiana. Ma ritengo che questa non sia l'unica possibilità, e neppure è cosa scontata che si tratti della migliore.

Ci sono molti aspetti della vita ecclesiale che gli sposi, o anche tutta la famiglia, possono e a volte devono vivere insieme, come per esempio la partecipazione al sacrificio eucaristico e ad altri atti di culto. Penso però che certe attività di formazione spirituale riescono più efficaci quando marito e moglie vi assistono separatamente; da un lato, si sottolinea meglio il carattere essenzialmente personale della santificazione, della lotta ascetica, dell'unione con Dio, cose tutte che riverberano sugli altri, ma in cui la coscienza di ciascuno non può essere sostituita; dall'altro lato è più facile adattare la formazione alle esigenze e alle necessità personali di ciascuno e anche alle diverse psicologie. Ciò non vuol dire che in queste attività si prescinda dallo stato matrimoniale dei partecipanti: niente di più lontano dallo spirito dell'Opus Dei.

Sono ormai quarant'anni che a voce e per iscritto, dico che ogni uomo, ogni donna, deve santificarsi nella sua vita ordinaria, nelle condizioni concrete della sua esistenza quotidiana; e che pertanto gli sposi devono santificarsi vivendo con perfezione i loro obblighi familiari. Nei corsi di ritiri spirituali e nelle altre attività di formazione organizzate dall'Opus Dei a cui prendono parte persone sposate, si cerca sempre di fare in modo che esse prendano coscienza della dignità della propria vocazione matrimoniale, e si preparino, con l'aiuto di Dio, a viverla meglio.

In molti aspetti, le esigenze e le manifestazioni pratiche dell'amore coniugale sono diverse per l'uomo e per la donna. Con mezzi di formazione specifici li si può aiutare efficacemente a scoprire tali aspetti nella realtà della loro vita. La separazione per alcune ore o per qualche giorno li induce quindi a essere più uniti e ad amarsi di più e meglio per tutto il resto del tempo: con un amore pieno anche di rispetto.

Torno a ripetere che non abbiamo la pretesa che il nostro modo di agire sia l'unico valido e che tutti lo debbano adottare. Mi pare solo che dia ottimi risultati e che ci siano ragioni solide - oltre a una lunga esperienza - che consigliano di fare così; ma non mi oppongo all'opinione contraria.

D'altronde se nell'Opus Dei si segue questo criterio per determinate iniziative di formazione spirituale, per altre e svariate attività le coppie di sposi partecipano e collaborano assieme. Si pensi, per esempio, all'apostolato che si fa con i genitori degli alunni delle scuole dirette da soci del- l'Opus Dei; o alle riunioni, conferenze, tridui, ecc. dedicati in particolare ai genitori degli studenti ospiti nelle Residenze dirette dall'Opera.

Come vede, quando il carattere dell'iniziativa lo richiede, marito e moglie vi partecipano assieme. Ma questo tipo di attività è diverso da quello che mira direttamente alla formazione spirituale personale.
Colloqui con Mons. Escrivá, 99


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