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Il mio primo incontro con san Josemaría

10 Gennaio 2017

Tag: Josemaría Escrivá, Sacerdoti diocesani, Società Sacerdotale della Santa Croce
In occasione della visita a Verona del Prelato dell'Opus Dei, Mons. Javier Echevarría, pubblichiamo una testimonianza di Don Ferdinando Rancan, sacerdote della diocesi di Verona, che conobbe l'Opera a Roma e chiese l'ammissione nel 1954.


Don Ferdinando, ci può raccontare del suo primo incontro col Fondatore dell'Opus Dei?

Don Ferdinando a Verona
Don Ferdinando a Verona
Fin dal 1953 avevano parlato al Padre di me e, com'era sua abitudine, mi mise subito nella sua orazione e nelle sue mortificazioni. Tuttavia, per diversi motivi, durante il mio soggiorno a Roma non si era mai presentata l'occasione propizia di incontrarlo personalmente. Alla fine del 1959 il Padre volle conoscermi come il suo primo figlio sacerdote aggregato della Società Sacerdotale della Santa Croce in Italia. Mi recai a Roma nel dicembre del 1959 a Villa Tevere, Sede Centrale dell’Opera, e il 10 dello stesso mese fui ricevuto dal Padre.

Che cosa ha provato nell'incontrarlo?

Non è facile descrivere l’emozione che provai nel primo incontro con San Josemaría: mi sparivano dalla mente tutte le cose che pensavo di dirgli, mi veniva a mancare la parola, e se tentavo qualche espressione, mi sentivo un povero balbuziente, che annaspava tra una battuta e l'altra dal contenuto scontato se non ridicolo.

Quando si aprì la porta del soggiorno non feci in tempo a salutarlo che già mi sentii avvolto nel suo abbraccio forte e vibrante di affetto: «Figlio mio!...» e poi non ricordo più niente. In effetti, anche se rimasi oltre un'ora con lui, non mi fu possibile memorizzare nulla di quello che lui andava dicendomi, così come si era cancellato completamente dentro di me quello che io pensavo di dirgli. C'era solo lui. La sua personalità colossale impediva, senza essere ingombrante, ogni altra presenza e ogni altro pensiero. Le uniche parole che mi sono rimaste –«avevo tanta voglia di vederti, anche tu sei figlio della mia orazione» – non ho potuto dimenticarle perché le vidi in relazione con la mia vocazione.

Che aspetto aveva allora Villa Tevere?

San Josemaría durante i lavori di costruzione di Villa Tevere
San Josemaría durante i lavori di costruzione di Villa Tevere
Proprio allora erano terminati i lavori, tanto che il Padre voleva mettere il sigillo dell'ultima pietra nel giorno della solennità dell'Immacolata. Non ne ricordo il motivo, ma quella pietra con l'iscrizione "Melior est finis quam principium" (Meglio la fine che il principio) fu disponibile solo per il 9 gennaio successivo, compleanno del Padre. Tuttavia, prima di lasciarmi, mi condusse a una finestra che dà sul cortile interno, e indicandomi sulla facciata di Villa Tevere un rettangolo ancora grezzo disse: «Là metteremo l'ultima pietra…». Poi, fissandomi come sapeva fissare lui, aggiunse: «Figlio mio, nell'Opera ci santifichiamo attraverso il lavoro ben fatto, ma non è ben fatto e perciò santificato, se non lo portiamo a termine. Ecco perché nell'Opera amiamo molto di più le ultime pietre che le prime».


Le fece visitare la casa?

Volle accompagnarmi personalmente a visitare tutta la casa, specialmente gli oratori, e tutto il tempo che passai con lui fu una appassionata catechesi sullo spirito dell'Opus Dei. Si fermava su tanti particolari che sembravano insignificanti ed erano invece la materializzazione di uno o di altri aspetti dello spirito dell'Opera. In tutta la casa, infatti, non c'era un angolo, per quanto nascosto, che non fosse curato e abbellito con criteri non solo architettonici o decorativi, ma anche con riferimenti a qualche aspetto ascetico e soprannaturale dell'Opera.

Era come se volesse dirmi: nell'Opera amiamo le piccole cose, anche quelle che nessuno vede, perché le vede Dio e per amore a Lui facciamo ogni cosa. Infatti lungo il percorso attraverso i vari luoghi della casa, ogni tanto si fermava, posava su di me il suo sguardo penetrante, pieno di affetto e diceva: «Figlio mio, quelle che vedi sembrano pietre, ma sono amore!»

Quali furono le sue sensazioni dopo quell'incontro?

Durante l'ora abbondante in cui rimasi col Padre avevo perso la cognizione del tempo: ero rimasto come sommerso da un cumulo di meraviglie che, pur appartenendo a questo mondo, il mondo dell'uomo, parlavano un linguaggio che apparteneva al mondo di Dio. Quando il Padre mi salutò, abbracciandomi forte, lasciò detto a don Alvaro di far preparare l'oratorio di Santa Maria, Stella Orientis, perché io potessi celebrare il giorno dopo su quell'altare. Uscito dalla casa, mi ritrovai sulla strada e dovetti guardarmi attorno per ritrovare le cose di sempre; era come se fossi sbarcato sulla terra dopo un lungo viaggio da un altro pianeta.

Ha avuto altri incontri significativi con lui in seguito?

Sì, quando ha voluto conoscere mia madre. Il lavoro apostolico a Verona era cominciato in casa mia; mia madre faceva gli onori di casa e sgranava il Rosario mentre i giovani seguivano i mezzi di formazione. Così andai a Roma con mia madre per incontrare San Josemaría. Mia madre era una donna semplice, riservata, e si preoccupava di che cosa avrebbe potuto dire al Padre. Ma quando è entrato nel soggiorno, il Padre le è andato incontro con tanto affetto e mia madre era irriconoscibile, perché è diventata molto espansiva; hanno parlato per mezz'ora, come se si fossero conosciuti da sempre, tanto il Padre sapeva mettere le persone a loro agio.


Don Ferdinando Rancan è nato a Tregnago (Verona) il 14 giugno 1926. Si è laureato in Scienze Naturali presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale a Verona.
Ha scritto diversi libri:
"In quella casa c'ero anch'io." (ed. Fede e Cultura)
"Il senso del vivere"(Ed. ARES)
"La Madonna racconta" (Ed. Fede&Cultura)
E, reperibili presso l’autore:
"La moneta del tempo" (Un calendario per l’anima)
"Ricevi questo anello" (Riflessioni sul matrimonio e la famiglia)
"Là dove cielo e terra si incontrano" (Sulla preghiera cristiana e la Messa).
"Fiori di melograno" (Raccolta di poesie scritte e recitate su CD)