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Queste pareti sembrano di pietra e sono di amore

15 Giugno 2016

Tag: Cultura, Formazione, Italia, Josemaría Escrivá
Il Castello di Urio è un’antica villa sul lago di Como, con un vasto giardino all’italiana, che risale al XVI secolo e, dopo diversi cambi di proprietà, è divenuta luogo di incontro e di studio per persone di ogni età, condizione sociale, preparazione culturale. Tra le diverse iniziative ospitate al Castello di Urio, particolare rilievo hanno le attività a carattere spirituale, affidate alla Prelatura dell’Opus Dei. Il Castello è inscindibilmente legato alla figura di San Josemaría Escrivá, che spinse i suoi figli del Nord Italia a cercare una sede adeguata perché i corsi di formazione cristiana promossi dall'Opera potessero svolgersi in un ambiente distensivo.

Ne ha parlato in un recente incontro al Castello un testimone d'eccezione, don Elia Acerbis. D'eccezione perché è l'unico rimasto di quei primi tempi, come ha detto scherzando lui stesso, oppure perché realmente è stato testimone di momenti indimenticabili?

Nel 1952 Elia Acerbis era un giovane architetto. Aveva chiesto da poco l'ammissione all'Opus Dei e c'erano grandi ristrettezze economiche; il card. Schuster addirittura mandava sacchetti di riso a quelli che abitavano nel primo centro dell'Opera a Milano. Perché allora cercare un posto così grande dove fare attività formative?

Don Elia ricorda gli incontri con Josemaría Escrivá, allora giovane sacerdote arrivato in Italia da pochi anni, che li incoraggiava a guardare lontano e infondeva un grande zelo apostolico: Datevi da fare, diceva loro, è una vergogna che con tutti i posti belli che avete al nord dobbiate venire fino a Roma per le attività formative! E così iniziarono le ricerche, in un periodo, quello del dopoguerra, in cui i palazzi venivano spesso svenduti e dati all'asta. Avevano trovato il palazzo Gallio, a Gravedona, a un prezzo eccezionale. Ma svanì l'opportunità con la delusione di tutti. A posteriori risultò provvidenziale: dopo due anni spuntò il Castello di Urio.

Un luogo ricco di storia e di cultura può rendere amabile la preghiera anche a chi non ha mai pregato
Don Elia Acerbis ha raccontato con passione la storia degli inizi, fatta di sacrifici ma anche di amore per la bellezza. Non va contro il Vangelo scegliere un posto così bello, tanto da sembrare lussuoso?, gli è stato chiesto. Il Vangelo è per tutti, ha risposto, un luogo ricco di storia e di cultura può rendere amabile la preghiera anche a chi non ha mai pregato.

Ciò non significa che non si debba vivere e insegnare a vivere la sobrietà e la povertà evangelica. Anzi. In Cammino si legge al punto 631: “Distàccati dai beni del mondo. Ama e pratica la povertà di spirito: contentati di quello che basta per trascorrere la vita con sobrietà e temperanza. Altrimenti, non sarai mai un apostolo”.

Per sottolineare il valore di ogni lavoro, don Elia ha raccontato come presto si trasferirono a Urio le prime donne dell'Opera per occuparsi della gestione domestica del Castello, in cui si moltiplicarono fin da subito le attività formative. La casa cominciò a funzionare nel 1954. Le prime donne abitarono il retro del castello dal 1959, delle catapecchie a dire di don Elia; già dal 1961 però si cominciò a costruire un'ala nuova destinata alle persone che curavano i servizi, chiamata Castelnuovo. Costò tanti sacrifici: qualche professionista dell'Opera che si era comprato l'automobile decise di vendere la macchina per pagare alcuni lavori urgenti. Ma i sacrifici e le difficoltà economiche erano tali da costringere alcuni a fare un pellegrinaggio a Bari per chiedere a san Nicola, a cui nell'Opus Dei ci si rivolge per le necessità economiche, un aiuto straordinario per pagare i lavori di ristrutturazione che si stavano affrontando. Il suo aiuto non mancò, così come è successo moltissime altre volte.

La storia del Castello
Ma il Castello di Urio perché si chiama così? E a quando risale? A questo punto in don Elia ha preso il sopravvento l'architetto, che ha lungamente studiato il Castello e se n’è innamorato. Gli astanti vengono coinvolti dalla sua passione, che li proietta nel Seicento, con le prime fortificazioni, nel Settecento, in cui la Villa spicca tra le altre dimore signorili del Lario per il suo bel giardino a terrazze, fino all’Ottocento, quando il conte Melzi, amico del grande scenografo della Scala Sanquirico, pensò trasformazioni audaci. Egli modificò la villa esistente in una scenografia da melodramma aggiungendo torrette, pinnacoli e merli. E la pacifica villa di Urio si trasformò in castello, mostrandosi come scenario adeguato per le finte battaglie navali che si sarebbero susseguite sulle acque antistanti.
Molti furono i celebri ospiti, si parla di addirittura di Vittorio Emanuele II e la moglie Maria Adelaide d’Austria. Probabilmente però le sovrastrutture del Sanquirico avevano una struttura più scenografica che destinata a durare, tanto che le stampe della fine dell'Ottocento mostrano che sono scomparsi i pinnacoli, le torrette si sono abbassate e sono rimaste solo le merlature.

Dopo un periodo di decadenza, nel 1871 ne divenne proprietario il barone Richard, magnate delle ceramiche, che fece sistemare e ampliare definitivamente il giardino, mentre ulteriori restauri furono compiuti dopo il 1903 dalla nuova proprietaria, la signora Isabel Mac Creery di San Francisco, ma di origini irlandesi, che lasciò una sua impronta soprattutto a livello di arredamento e per il suo gusto per vasi e suppellettili provenienti dalla Cina.

Durante la seconda guerra mondiale il parco fu requisito dal governo della repubblica sociale, dai tedeschi, e le aiuole del giardino ospitarono delle baracche per la raccolta del riso (era il periodo degli alimenti razionati). Alla fine della guerra, quando la signora Mac Creery tornò, trovò la villa abbandonata e il giardino in grande decadenza e decise di vendere. A partire dal 1947 iniziò una nuova fase di importanti trasformazioni per iniziativa del nuovo proprietario, il barone Langheim, di origine jugoslava, che si propose di modificare il castello, con la sua merlatura, facendolo diventare una villa dalla facciata di sapore settecentesco. Non si conosce l'autore di questa facciata barocca, comunque progettata nel 1950.

San Josemaría  con alcuni studenti all'ingresso principale del Castello di Urio (1972)
San Josemaría con alcuni studenti all'ingresso principale del Castello di Urio (1972)
San Josemaría Escrivá e il Castello di Urio
Il barone Langheim purtroppo non fu in grado di pagare i lavori che si era proposto, e la stessa impresa edile e le banche a cui il barone aveva chiesto dei prestiti lo costrinsero a mettere all'asta la casa e il giardino. Si determinò così, nel 1954, l’occasione che permise a don Elia e ai suoi amici di scoprire il Castello di Urio. Nel 1955 San Josemaría poté visitarlo per la prima volta e ne fu conquistato. Racconta Lorenzo Revojera nel suo libro "San Josemaría in terra lombarda" (Ed. Ancora): "Il suo commento fu: È una grande benedizione del Signore per la Regione italiana!. Ci raccomandò di curare molto i lavori di adattamento, soprattutto per ciò che si riferiva alla cappella che era da fare ex novo.Voleva che il Castello diventasse un grande strumento apostolico: Se non lo sistemate bene, ve lo brucio!, diceva scherzando".

"In tutti i suoi passaggi per il castello - continua Revojera -, per quanto rimanesse solo poche ore, il Padre non perdeva occasione per ricordarci che quella villa doveva essere uno strumento apostolico di livello internazionale. Si può dire, senza tema di smentita, che il Castello di Urio è il luogo di Lombardia più di tutti legato alla memoria di San Josemaría, forse per l'attrattiva riposante dell'ambiente naturale, forse perché noi eravamo più ricettivi alle sue parole, o forse semplicemente perché aveva pregato tanto per quella casa, fatto sta che quando era li faceva fatica a staccarsi da lei".